Seewald vince il Mondiale Marathon su una MTB 32 pollici. Analizziamo vantaggi, limiti, geometrie e futuro del nuovo formato
Fino a pochi giorni fa le mountain bike da 32 pollici erano solo un argomento di discussione tra appassionati (i più curiosi) e addetti ai lavori. Da sabato 12 settembre, però c’è un dettaglio in più: una maglia iridata.
Andreas Seewald ha conquistato il Campionato del Mondo MTB Marathon affrontando i 95 chilometri e circa 4.000 metri di dislivello del percorso iridato in sella a una KTM prototipale full equipaggiata con ruote da 32”.
Per il tedesco è il secondo titolo mondiale Marathon dopo quello conquistato nel 2021 a Capoliveri, sull’Isola d’Elba, ma questa volta, accanto al valore sportivo della vittoria, c’è una scelta tecnica destinata a far discutere.
Dopo i test effettuati, con la 29” e la 32”, il tedesco ha infatti deciso di affrontare con le ruote maggiorate l’appuntamento più importante della stagione.
Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché è difficile pensare che un atleta di questo livello, già campione del mondo e arrivato sulle Dolomiti con l’obiettivo di tornare a vestire la maglia iridata, potesse sacrificare una parte delle proprie possibilità esclusivamente per una scelta commerciale.
Probabilmente vale il ragionamento opposto: tra le due biciclette disponibili ha scelto quella che, su quel percorso e con le proprie caratteristiche, riteneva potesse offrirgli qualcosa in più.
Anche per KTM non era una scommessa priva di rischi. Portare alla ribalta mondiale una soluzione ancora prototipale significa esporla al giudizio più semplice e spietato dello sport: il cronometro. Una prestazione negativa avrebbe rischiato di trasformare l’esperimento 32” in una bocciatura prematura e rumorosa.
Non esisteva in casa KTM un diktat secondo il quale bisognava necessariamente correre con la ruota grande: c’era una possibilità tecnica, e Seewald ha deciso di sfruttarla.
Il risultato? Inequivocabile, ha vinto!
Un dettaglio che cambia inevitabilmente la percezione del progetto.
Quali sono le differenze tecniche?
Una ruota più grande affronta lo stesso ostacolo con un angolo più favorevole. Radici, pietre, buche e piccole asperità vengono superate con una variazione verticale meno brusca e la bici tende a perdere meno velocità. La 32” non necessariamente accelera più forte di una 29”, ma tende a rallentare meno. Ed è una differenza sostanziale.
Una radice affrontata meglio, una pietra che interrompe meno la marcia, un tratto sconnesso nel quale il biker riesce a lasciare correre maggiormente la bicicletta equivalgono a secondi risparmiati.
Dall’altra parte c’è inevitabilmente un prezzo da pagare.
Una ruota più grande porta con sé maggiore massa e soprattutto maggiore inerzia rotazionale. Una volta raggiunta una buona velocità tende a conservarla con maggiore facilità, ma quando bisogna ricostruirla dopo una frenata o rilanciare continuamente la bici, la situazione può ribaltarsi.
È qui che la 29” conserva almeno sulla carta una delle sue armi migliori: immediatezza.
Un percorso con curve strette, tornanti, continui stop and go, salite molto tecniche e rilanci violenti può valorizzare maggiormente una ruota più piccola e leggera. La 32”, invece, sembra chiedere una guida più rotonda: meno frenate, traiettorie più pulite e velocità maggiormente costante.
Sul veloce il vantaggio potenziale diventa più intuitivo. Diametro maggiore, maggiore stabilità e capacità di superare le piccole asperità possono permettere al biker di intervenire meno sulla bici e lasciarla scorrere.
Ed è proprio il tipo di terreno che spesso caratterizza le grandi Marathon.
Il vero problema potrebbe essere la taglia.
Se sul comportamento dinamico il dibattito è aperto, c’è un altro punto sul quale emergono molti più dubbi: quanto può essere grande una ruota prima che inizi a condizionare eccessivamente il telaio e la posizione del biker?
Durante la domenica dedicata alle gare Master del Mondiale Marathon abbiamo incontrato insieme due addetti ai lavori: Luciano Forlenza di Bike Sport di Contursi e Alfonso Allocco di Becycle di Pagani. Con loro abbiamo provato a spostare la discussione dalla gara al negozio, cioè nel luogo nel quale una novità tecnica deve prima o poi incontrare il cliente reale.
Entrambi ammettono di guardare alle 32” con interesse, ma il primo dubbio riguarda immediatamente le stature. Personalmente c’è attrazione verso questo standard, però potrebbero esserci diversi problemi per le persone con statura nella media della popolazione italiana o al di sotto.
È forse questo uno dei passaggi decisivi.
Già oggi una 29” nelle taglie più piccole può apparire molto importante rispetto alle dimensioni del telaio. Aggiungere altri tre pollici significa aumentare ulteriormente gli ingombri e obbligare i progettisti a lavorare su quote che non possono essere considerate singolarmente: altezza del frontale, reach, stack, lunghezza del carro, movimento centrale, angolo di sterzo, spazio tra ruota e telaio. Non basta, insomma, montare due ruote più grandi.
Una buona 32” dovrà nascere come una bicicletta progettata attorno a quelle ruote.
E se sulle taglie grandi lo spazio progettuale è maggiore, scendendo verso la M e soprattutto verso la S le difficoltà possono moltiplicarsi.
È un tema che, ci raccontano Luciano e Alfonso, viene evidenziato anche all’interno dell'industria: sviluppare una 32” equilibrata sulle stature medio-piccole è una delle sfide più complicate prima di poter immaginare una diffusione realmente trasversale.
Prima del Mondiale? Curiosità, poco altro.
La cosa interessante è che, almeno fino alla vigilia della gara iridata, tutta questa discussione sembrava riguardare molto più gli addetti ai lavori che il cliente comune.
Qualche domanda c’era stata, le classiche curiosità sulla novità, ma niente di più.
Nessuna corsa al negozio, quindi. Nessuna lista d’attesa e nessun biker disposto a vendere immediatamente la propria 29”.
Ma cosa succederà adesso?
Quando chiediamo loro chi potrebbe essere il primo cliente a domandare una bici del genere, arriva una risposta accompagnata inevitabilmente da un sorriso: Probabilmente uno dei tanti super appassionati, quelli pronti ad avere immediatamente l’ultima innovazione.
Ed è sempre da questa fascia di pubblico che partono molti cambiamenti.
Gli appassionati che vogliono provare tutto prima degli altri, rappresentano una porzione limitata del mercato, ma spesso sono proprio loro a dare visibilità alle novità. Le acquistano, le portano alle gare, ne parlano sui social e le fanno provare agli amici.
Il passaggio successivo è capire se dietro alla curiosità esista un vantaggio abbastanza concreto da convincere anche il biker normale.
Luciano e Alfonso sono più prudenti quando chiediamo se il successo di Seewald possa davvero rimescolare le carte come accadde molti anni fa con l’arrivo delle ruote più grandi.
Farà rumore, questo sicuramente, ma non crediamo che possa sconvolgere completamente il mercato nell’immediato. Sicuramente, però, giornali e social porteranno molto questa notizia e un po’ di rumore si farà.
E probabilmente il primo effetto del Mondiale sarà proprio questo.
Fino alla settimana precedente si poteva discutere se una 32” fosse realmente competitiva al massimo livello. Adesso quella domanda ha almeno una risposta: può vincere un Campionato del Mondo Marathon.
Non significa che sia più veloce sempre e per tutti. Significa semplicemente che l'argomento non può più essere liquidato come una provocazione tecnica.
Qualche ora dopo abbiamo affrontato lo stesso argomento anche con Diego Romano di Tutto Bici Romano, di Salerno.
La sua posizione è ancora più decisa.
Ormai non è più soltanto una novità. Le aziende si stanno muovendo, iniziano a girare componenti e gomme dedicate e credo che questo formato arriverà realmente sul mercato.
Anche Romano, però, torna immediatamente sul problema delle stature.
Secondo me da 1,75 metri in su non dovrebbero esserci particolari problemi. Scendendo verso 1,70 e sotto, invece, bisognerà capire molto bene come lavorare sulle geometrie e sulla biomeccanica.
Per un negoziante significa aggiungere un'altra variabile a una scelta già oggi tutt'altro che semplice.
Taglia, reach, utilizzo, livello tecnico, tipo di percorso e preferenze personali. Domani potrebbe aggiungersi anche il diametro della ruota.
Sarà un problema in più per noi nel momento in cui dovremo consigliare il cliente. Bisognerà capire a chi proporla e soprattutto per cosa.
Romano racconta anche di aver già avuto modo di vedere qualcosa muoversi concretamente tra uno dei marchi trattati dal suo negozio, senza però volersi sbilanciare su modelli, tempi e dettagli.
La sensazione, però, è chiara.
Non si sta più parlando soltanto di prototipi costruiti per far parlare i media.
E c’è un’altra indicazione interessante che arriva proprio dall’interno del settore: diverse aziende vedono nel 32” uno dei possibili standard del futuro.
Una frase che pesa molto più di quanto sembri.
Perché se più produttori stanno lavorando parallelamente sulla stessa direzione, la domanda non è più soltanto “funzionerà?”, ma anche quanto tempo servirà prima che diventi un prodotto normale?
La memoria torna inevitabilmente indietro nel tempo, agli anni in cui lo standard erano le 26”.
Chi frequenta la mountain bike da abbastanza tempo ricorderà infatti perfettamente le discussioni nate con le prime 29”.
Erano troppo grandi. Poco agili. Brutte da vedere. Adatte soltanto ai biker molto alti. Poco efficaci nei percorsi tecnici. Le 26”, si diceva, sarebbero rimaste imbattibili quando servivano agilità e accelerazione.
Per un certo periodo arrivarono anche le 27,5”, considerate da molti il compromesso perfetto.
Poi sappiamo com’è andata.
Oggi guardare una MTB da gara con ruote da 26” produce quasi l'effetto di osservare un oggetto appartenente a un’altra epoca. La 29” è diventata talmente normale che ormai siamo quasi costretti a ricordarci che, non molti anni fa, rappresentava la rivoluzione.
Naturalmente questo non significa che la storia debba necessariamente ripetersi.
Le differenze tra 29” e 32” sono diverse da quelle che separavano 26” e 29”. Le geometrie moderne hanno raggiunto equilibri molto sofisticati e la 29” dispone di un ecosistema maturo, con pneumatici, cerchi, forcelle e componenti sviluppati durante anni di evoluzione.
Ma proprio per questo sarebbe rischioso liquidare le 32” come una semplice moda.
Se l'industria inizierà davvero a investirci, il miglioramento dei componenti potrebbe ridurre rapidamente alcuni degli svantaggi attuali. Cerchi più leggeri, pneumatici specifici, mozzi studiati per aumentare la rigidità laterale e telai nati fin dall'inizio attorno al nuovo diametro potrebbero rendere le bici di domani molto diverse dai primi prototipi che vediamo oggi.
Romano sottolinea poi un altro concetto fondamentale.
Non l’ho ancora provata, quindi posso soltanto immaginare il comportamento, ma credo che sarà molto stabile sul veloce e un po’ meno agile della 29” quando il percorso diventa stretto e bisogna rilanciare continuamente.
Ed è forse qui che, almeno inizialmente, potrà nascere la vera distinzione.
Una Marathon con lunghe discese scorrevoli, sterrati veloci e velocità medie elevate potrebbe essere il terreno ideale per sfruttare l'inerzia e la capacità della 32” di conservare velocità.
Romano cita idealmente gare sul modello della Dolomiti Superbike, dove esistono lunghi tratti nei quali la capacità di scorrere può avere più valore della rapidità nel disegnare una successione di curve molto strette.
Discorso diverso per percorsi estremamente tecnici, con tornanti, continue variazioni di ritmo e discese nelle quali occorre spostare rapidamente la bicicletta da una traiettoria all’altra.
Anche osservando Seewald al Mondiale si aveva in alcuni passaggi questa sensazione: nei tratti più tortuosi la ruota grande sembrava richiedere traiettorie più larghe e talvolta più “quadrate”.
Ma il punto è proprio questo: una gara non si vince necessariamente nel posto in cui una bicicletta è migliore. Si può vincere dove perde meno nell’arco di quattro o cinque ore.
Una 32” potrebbe concedere qualche secondo nei tornanti e recuperarne molti di più quando per chilometri si lascia correre la bici.
Quel che è certo è che non è arrivata la fine delle 29” e che sarebbe prematuro parlare di sostituzione.
La 29” resta oggi un equilibrio straordinariamente efficace tra peso, agilità, capacità di superamento degli ostacoli e compatibilità con biker di stature molto differenti.
La 32” potrebbe inizialmente affiancarla più che rimpiazzarla.
Potremmo scoprire che sarà una soluzione particolarmente efficace per atleti medio-alti, Marathon ed endurance, mentre la 29” continuerà a rappresentare la scelta ideale su altri terreni e per altre corporature.
Oppure potrebbe succedere qualcosa di completamente diverso.
Perché il mercato della bicicletta ci ha già insegnato che ciò che oggi sembra enorme domani può diventare semplicemente normale.
Sabato 12 settembre Andreas Seewald poteva scegliere.
Aveva una 29” e aveva una 32”.
Ha scelto la 32” e con quella bicicletta è diventato campione del mondo.
Non basta ancora per dire che abbiamo appena assistito alla nascita del nuovo standard della mountain bike. ma è abbastanza per iniziare a chiedersi se, tra qualche anno, guarderemo una 29” con la stessa sensazione con cui oggi osserviamo una vecchia 26”.
Noi restiamo sintonizzati sull’argomento. Ne scopriremo delle belle
